Pagina:Elogio della pazzia.djvu/141

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
128 elogio

chiamato nelle scuole di Latria, può rendersi tanto a Gesù Cristo in persona, quanto alle sue immagini scarabocchiate sul muro col carbone, purchè rappresentino il Figliuolo di Dio in atto di dare la benedizione colle due dita, indice e medio, della destra alzata, colla testa adorna di una lunga capellatura e di un triplice circolo di raggi. Ma come mai avrebbero potuto gli Apostoli possedere una sì grande e salutare erudizione? Non sono eglino incanutiti nel faticoso studio delle scienze fisiche e metafisiche di Aristotile e degli Scotisti. Gli Apostoli parlano qualche volta della grazia, senza però distinguere la grazia gratuita dalla grazia gratificante: esortano essi alle buone opere senza distinguere l’opera operante dall’opera operata: inculcano la carità senza separare l’infusa dall’acquisita, e senza spiegare se quest’amabile e divina virtù sia sostanza o accidente, se sia creata o increata, detestando il peccato, ma possa io morire, s’essi avrebbero potuto definire scientificamente ciò che noi chiamiamo peccato, se già non fossero stati inspirati dallo Spirito degli Scotisti. Se S. Paolo, dal quale giudicar dobbiamo di tutti gli altri Apostoli, avesse avuta una buona teoria del peccato, avrebb’egli così frequentemente condannato le contese, i diverbj, le quistioni, le dispute di parole? Diciamo pure con franchezza, che S. Paolo non conosceva le arguzie e i tratti di spirito che distinguono i moderni; tanto più che nascevano nella primitiva Chiesa, non erano che puerili meschinità a fronte del raffinamento dei nostri maestri, i quali di gran lunga sorpassano in sottigliezza anche il sofista Crisippo. Rendiamo però giustizia alla loro modestia; poichè non condannano mai ciò che gli Apostoli hanno scritto con poca aggiustatezza e precisione, contentandosi solo