Pagina:Eminescu - Poesie, 1927.djvu/221

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Note 143


III. - Sogni svaniti.

Titolo e v. 1. — svaniti. Nel testo: passati. — 3. v’inseguivo. Nel testo: vi seguivo. — 6. andatevene dunque con Dio. Alla lettera: vi porti via il rimpianto. — 10. mio Dio. Nel testo: mio credo (= mia fede, mia religione). — 12. negl’incendii. Alla lettera: negli uragani. Se non che struggersi negli uragani della passione in italiano non va, e non direi che vada bene neppure in rumeno, dove simili incongruenze stilistiche abbondano, per colpa, a dir vero, più della trascuratezza degli autori e della mancanza di freno dell’arte classica, che della lingua in sè. In Eminescu poi, autodidatta e quasi del tutto sprovvisto di coltura classica (ne fa fede in questa medesima poesia quella pallida icona d’argento di Apollo che suona tanto strana, e direi quasi medievale, a qualunque lettore non isfornito del tutto di cultura classica) simili incongruenze abbondano, specie nelle prime poesie, in modo inverosimile. Se non che l’armonia meravigliosa del verso e della strofe fa si che non s’avvertano, o, se pur s’avvertono, ci si passi sopra, rapiti nella melodia delle sillabe e degli accenti canori. — 16. Infesta. Ma il senso generale par richiedere piuttosto: sta alla posta della traccia di una tomba, quasi, aspetta che il vento le porti da lontano l’odor grave di una tomba. — 17. murmure, qui sembra poco per il muggito dell’Aquilone, anzi della tormenta; ma io non mi son permesso di sostituirlo con un vocabolo più proprio. Son poesie giovanili e la forma non è ancora espressione perfetta del pensiero. E poi valga anche per questo murmure quanto abbiam detto di sopra sullo struggersi negli uragani della passione. — 19. mi secco. Sono le croci di legno che si vedono nelle campagne rumene, qualcosa di mezzo fra la croce e il tabernacolo. Esposte al vento, alla pioggia, a tutte le intemperie durante l’inverno, l’estate 11 sole le arde fin nelle più intime fibre del legno imputridito. — 23. mi canta di fame. Mi canta un canto, le cui note parlano di fame. Nel testo: mi canta fame. — 32. come un faro. Nel testo: come un fanale. E forse così avrei dovuto lasciare, se ne avessi avuto il coraggio. La tendenza realistica si rivela anche in quella stella gialla, non d’oro o d’argento, ma semplicemente gialla. Tanto il fanale che la stella gialla possono non piacere a noi, ma sono stati voluti dal poeta, forse a temperar la banalità dell’immagine. A proposito di che sarà bene osservare che in rumeno (dove, per diversità di religione e di rito, la mente non corre alle litanie della Vergine) l' immagine è molto meno banale che in italiano, e chi sa che ad Eminescu non sia parsa peregrina e l’abbia trasportata dai versi di qualche ignoto verseggiatore romantico austriaco o ungherese! —