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razione finanziaria, e che la discussione su di essa si apra ovunque, senza portarla subito dinanzi al Parlamento.

Quando il Minghetti riconvocò la Camera il 6 febbraio, un gran lavorio era già stato fatto e la maggioranza, sulla quale poteva fare assegnamento dopo le elezioni, scarsa se si vuole, ma sufficiente, se fossegli rimasta fedele, a far approvare quel disegno di legge, non v’era più. La tremenda e ibrida coalizione dei toscani con la Sinistra era conclusa.

Il Re, nell’inaugurare la nuova sessione, annunziò subito il famoso riscatto e in pari tempo disse che il pareggio era raggiunto, senza aumentare le imposte. Questa lieta novella fu accolta con applausi, e il Minghetti potè illudersi che la Camera commossa da questo fatto, che era un desiderio e un bisogno per tutti, avrebbe approvato il suo piano finanziario. A presidente fu rieletto il Biancheri, sul cui nome si portavano i voti di molti, anche di opposizione, così che il Depretis non riuscì, ma la lista della Sinistra trionfò tutta nella elezione dei vice-presidenti, dei segretari e dei questori, in quella della Giunta per il Bilancio, e l’effetto che quel voto produsse su la convinzione che il Ministero era condannato, perché si era verificata la stessa coalizione fra Sinistra, Destra e Centro che aveva rovesciato il Sella nel 1865, il Menabrea nel 1869 e di nuovo il Sella nel 1873.

Il 16 marzo il Minghetti fece la sua esposizione finanziaria, che durò più di quattro ore. Al capitolo delle ferrovie esaminò il disegno del riscatto, ne fece la storia, annunziò che l’onere per la Società delle Romane sarebbe stato di 5 milioni e mezzo, per le Meridionali nessuno, per l’Alta Italia di 6 milioni. Egli indicò i vantaggi che potevano derivare dalle tariffe e dallo sviluppo del traffico, e sostenne che il Governo dovesse averne l’esercizio. Peraltro esaminò in quale forma si dovesse fare quell’esercizio, se dando alle Meridionali tutte le linee, se cercando nuove società per l’Alta Italia e per le Romane, se esercitando direttamente l’Alta Italia e le Romane, lasciando alle Meridionali il loro esercizio, se riscattando le Meridionali ed esercitando direttamente tutta la rete. Su quest’ultima ipotesi si fermò come sulla più pratica, e aggiunse che il Governo sarebbesi impegnato a presentare entro due anni il progetto di un ordinamento definitivo. Il Presidente del Consiglio concluse dimostrando che il riscatto non avrebbe per nulla alterato il pareggio: «È un grande fatto, disse, questo che ho annunziato all’Italia; è un grande fatto l’aver raggiunto questo sospirato pareggio!.. Guai a coloro che dovessero venire in quest’aula ad annunziare che il pareggio è svanito!»

Due giorni dopo l’on. Morana doveva svolgere la sua interrogazione sull’esazione della tassa del macinato. La tassa era odiosa in se stessa e applicata dal fisco con straordinaria durezza. Il Minghetti, per uscire da una situazione penosa, non volle aspettare la discussione ferroviaria, e si ostinò a porre su quella interrogazione la questione di fiducia. Il Ricasoli, il Sella e il Pisanelli gli suggerivano di dimettersi senza chiedere alla Camera un voto esplicito, che ormai potevasi considerare come dato. Sarebbe caduto il gabinetto, ma il Re avrebbe potuto scegliere nel partito di Destra i nuovi ministri. Il Minghetti non volle cedere a questo consiglio e neppure lo Spaventa. Il Ricasoli allora, vedendo inutili i tentativi da quella parte, si rivolse ai toscani, nelle cui mani stavano le sorti del partito, ma da essi non ottenne nessuna concessione, e così dal Ministero fu affrontata la grande battaglia.

Nella nostra storia parlamentare non v’è memoria di una seduta più solenne di quella del 18 marzo. Tutte le forze dei due partiti erano spiegate per il grande cimento; l’esito della battaglia non era dubbio, ma dalle tribune affollatissime si voleva assistere alle fasi di essa.