Pagina:Emma Perodi - Roma italiana, 1870-1895.djvu/451

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In quel triste mese di gennaio un fatto doloroso contristò Roma. Achille Gori-Mazzoleni, che aveva avuto parte nell’amministrazione della città, si suicidò nella sua casa in piazza SS. Apostoli si dice per le noie che gli procuravano gli affittuari del palazzo Ruffo, palazzo che egli voleva restaurare, senza riuscirvi appunto per la loro opposizione.

I funerali del Mazzoleni si fecero a SS. Apostoli e all’accompagnamento presero parte il Municipio, la cittadinanza e una gran quantità di parenti e amici del defunto.

E tanto per non uscir dalla cronaca della città citerò un’altro fatto: S. E. Miraglia, primo presidente della Corte di Cassazione, aveva raggiunto i 95 anni, termine d’età assegnato dalla legge ai funzionari. Il Re, dopo firmato il decreto con cui era collocato a riposo, scrivevagli una lettera affettuosissima nella quale dicevagli di volersi addossare ogni spesa per l’educazione di un pronipote del venerando presidente.

Lasciamo ora la cronaca e veniamo ai fatti più importanti. Il 20 gennaio si riapri la Camera e subito gli on. Bonghi e Ferdinando Martini presentarono una proposta di legge per abbandonare lo scrutinio di lista e ritornare al collegio uninominale.

Viva era in quel tempo la discussione del problema bancario e frequenti le polemiche sui giornali rispetto alla Banca Unica e alla pluralità delle Banche.

L’on. Bernardino Grimaldi nel fare l’esposizione finanziaria accenno alla riforma degli istituti d’emissione e disse che da essa sperava una economia di quattro milioni, che uniti a quelli che avrebbe fruttato all’erario il rimaneggiamento delle tasse, e a quella sugli spiriti, che chiedeva il Governo fosse autorizzato subito ad applicare, avrebbe raggiunto il pareggio nel bilancio.

Il presidente del Consiglio aveva promesso nel discorso di Torino economie e non imposte nuove, e quella domanda del ministro Grimaldi produsse effetto non buono.

La sera in cui era stata fatta alla Camera l’esposizione finanziaria, l’on. Crispi adunò la maggioranza dimostrando l’urgenza dei provvedimenti finanziari per rafforzare il credito all’interno e all’estero, e quella della legge per le prefetture, che doveva semplificare i servizi amministrativi. L’on. Fortis ne propose la sospensiva, ma quella proposta contraria ai desiderii dell’on. Crispi, non fu approvata dalla Camera. Il Governo ebbe una notevolissima maggioranza e nulla faceva preveder prossima una crise ministeriale: Ma nella discussione sul catenaccio degli spiriti gli umori della Camera cambiarono, e il temporale si addensò a un tratto sulla testa dell’on. Crispi, il quale rispondendo a certe critiche che gli venivano da Destra accusò quel partito, che avea governato fino al 1876, di non aver saputo amministrare il pubblico denaro e di aver seguito una politica servile verso l’estero. Il ministro dei lavori pubblici, on. Finali, il quale aveva fatto parte dell’ultimo Gabinetto Minghetti, scorgendo in quella frase un biasimo per l’opera propria e degli antichi colleghi uscì dall’aula, tra gli applausi della Destra. Intanto l’on. di Rudinì vivamente apostrofava il presidente del Consiglio. L’on. Luigi Luzzatti era pure molto applaudito, perchè rivolgendosi al Crispi diceva aver egli offeso ciò che di più caro aveva nella vita.

Questo avveniva il 31 gennaio. Se in quel giorno il presidente della Camera, come già aveva fatto tante volte in favore dell’on. Depretis, avesse rimandato il voto sul catenaccio al giorno successivo, gli animi si sarebbero calmati e la burrasca dileguata. Invece sotto l’impressione delle intempestive parole del Crispi, e delle risposte degli avversari si aprirono le urne e il ministero ebbe 63 voti di minoranza.

Il presidente del Consiglio annunziò subito alla Camera che il Ministero avrebbe rassegnate le dimissioni, e ritornato perfettamente calmo dopo quella sfuriata vulcanica, assistè la sera al primo grande ricevimento dato dall’ambasciatore Billot, al palazzo Farnese.