Pagina:Emma Perodi - Roma italiana, 1870-1895.djvu/522

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«E soltanto l’unità può darci la forza e il prestigio per vincere tutti i pericoli, per tener testa ai nemici interni ed esterni e per raggiungere quell’ideale di grandezza materiale e morale, che noi tutti, purtroppo vecchi, sognammo e vagheggiammo nella primavera della vita nostra, e che anche oggi ci sta, come cosa santa ed inviolabile, nella mente e nel cuore».

Fragorosi applausi salutarono queste elevate parole, questo appello all’amor di patria.

Il 3 marzo si discusse di nuovo sullo stato d’assedio alla Camera, e il Crispi era al suo posto di combattimento pronto a parare gli attacchi. Si votò una mozione di fiducia al Governo e la votazione riuscì per lui un trionfo, perchè ebbe 342 voti favorevoli, 45 contrari e 22 astensioni. Queste cifre dicono chiaramente come in quel giorno fossero riunite a Montecitorio quasi tutte le forze dei diversi partiti.

Il 7 marzo il presidente annunziò esser pervenuta alla Camera la domanda di autorizzazione a procedere contro de Felice e quella del mantenimento dell’arresto di lui. Verso le sei una bomba collocata sotto l’ultima finestra del palazzo di Montecitorio, verso la via della Missione, esplodeva con gran fracasso, infrangendo tutti i vetri delle finestre, e facendo fuggire i cavalli delle carrozze che stazionano sulla piazza. Quattro persone erano state gravemente ferite dall’esplosione: Francesco Angeli, Carlo Malgroni, il caporale del genio Ernesto Melegari e il soldato di fanteria Eugenio Baldi. Altri i feriti minori. I due primi dopo atroci spasimi morirono all’ospedale.

Immenso fu lo sgomento che quella esplosione produsse in città, e si capì subito essere opera degli anarchici, che volevano con quel mezzo far pressione sull’animo dei deputati. Furono fatti arresti, ma la polizia non scoprì i colpevoli.

Nonostante quella intimidazione che avrebbe costata la vita a molti deputati, se nel momento dello scoppio, come forse era stato calcolato, fosse stata tolta la seduta, la Camera, su proposta del relatore Palberti, concesse l’autorizzazione a procedere contro l’on. de Felice e il mantenimento dell’arresto.

Le bombe furono lo sgomento di quell’anno. Una ne scoppiò in maggio nel palazzo Odescalchi in via Vittoria Colonna, e due la sera stessa in cui si conobbe la sentenza che condannava il de Felice a 18 anni di reclusione e a tre di sorveglianza speciale. Una era stata posta su una finestra posteriore del ministero di Grazia e Giustizia, dal lato del vicolo del Divino Amore, un’altra accanto al ministero della Guerra. Fortunatamente esse non ferirono alcuno, ma il luogo e il tempo in cui esplosero dicevano chiaro chi ne fossero gli autori, i quali però rimasero sconosciuti alla giustizia.

Il 25 febbraio il Re concesse alla Legione degli allievi carabinieri l’uso della bandiera. Carlo Alberto avevala concessa nel 1840 all’Accademia militare, e lo stesso Umberto nel 1891 alla Scuola militare. La solenne consegna fu fatta da S. M. il giorno 14 marzo nel piazzale del Macao.

In quei giorni morì uno dei più nobili patrizi romani, il capo del ramo primogenito della casa Colonna, e le esequie di lui furono fatte nella chiesa dei SS. Apostoli, presente tutta l’aristocrazia romana Egli era principe assistente al soglio pontificio e questa carica passò per diritto al figlio primogenito, duca di Marino. Il duca aveva coperto una carica nella casa di S. M. la Regina, aveva servito, insieme col fratello, principe d’Avella, nell’esercito italiano, e questi precedenti parevano inconciliabili con la nuova dignità, che però il principe don Marcantonio assunse.

Sul finire di marzo si riunì a Roma il XI congresso medico. Ministro il Baccelli, le notabilità della scienza di tutto il mondo riunite qui, furono accolte con ogni sorta di onori. Una bella esposizione d’igiene era stata preparata al palazzo di Belle Arti. La seduta inaugurale fu tenuta, presenti