Pagina:Eneide (Caro).djvu/112

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[495-519] libro ii. 71

495Via piú di mano in man, tanto s’avanza,
Che a l’antica magion del padre Anchise
(Come che fosse assai remota, e chiusa
D’alberi intorno) il gran rumore aggiunge.
Allor dal sonno mi riscuoto, e salgo
500Subitamente d’un torrazzo in cima,
E porgo per udir gli orecchi attenti.
     Così rozzo pastor, se da gran suono
È da lunge percosso, in alto ascende,
E mirando si sta confuso e stupido
505O foco che al soffiar d’un torbid’austro
Stridendo arda le biade e le campagne,
O tempestoso e rapido torrente
Che dal monte precipiti, e le selve
Ne meni e i cólti e le ricolte e i campi.
510Allor tardi credemmo; allor le insidie
Ne fur conte de’ Greci. E già ’l palagio
Era di Deifóbo arso e distrutto;
Già ’l suo vicino Ucalegon ardea,
E l’incendio di Troia in ogni lato
515Rilucea di Sigeo ne la marina;
E s’udian gridar genti e sonar tube.
Io m’armo, e forsennato anco ne l’armi
Non veggio ove m’adopri. Alfin risolvo,
Raunati i compagni, avventurarmi,