Pagina:Eneide (Caro).djvu/113

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72 l’eneide. [520-544]

520Menar le mani, e ne la ròcca addurmi.
Mi fan l’impeto e l’ira ad ogni rischio
Precipitoso; e solo a mente vienmi
Che un bel morir tutta la vita onora.
     Eravam mossi; quando ecco tra via
525Ne si fa Panto d’improvviso avanti,
Panto figlio d’Otreo che de la ròcca
Era custode, e sacerdote a Febo.
Questi, scampato da’ nimici a pena,
Inverso il lito attonito fuggendo,
530I sacri arredi e i santi simulacri
Degli Dei vinti, e ’l suo picciol nipote
Si traea seco. O Panto, o Panto (io dissi),
A che siam giunti? Ove ricorso abbiamo,
Se la ròcca è già presa? Ei sospirando
535E piangendo rispose: È giunto, Enea,
L’ultimo giorno, e ’l tempo inevitabile
De la nostra ruina. Ilio fu già;
E noi Troiani fummo: or è di Troia
Ogni gloria caduta. Il fero Giove
540Tutto in Argo ha rivolto; e tutti in preda
Siam de’ Greci e del foco. Il gran cavallo,
Ch’era a Palla devoto, altero in mezzo
Stassi de la cittade, e d’ogni lato
Arme versa ed armati. Il buon Sinone