Pagina:Eneide (Caro).djvu/120

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[695-719] libro ii. 77

695Di bontà, di giustizia e d’equitate
(Così a Dio piacque); ed Ipane e Dimante
Caddero anch’essi, e questi, oimè! trafitti
Per le man pur de’ nostri. E tu, pietoso
Panto, cadesti; e la tua gran pietate,
700E l’infola sautissima d’Apollo
In ciò nulla ti valse. O fiamme estreme
O ceneri de’ miei! fatemi fede
Voi, che nel vostro occaso io rischio alcuno
Non rifiutai nè d’arme, nè di foco,
705Nè di qual fosse incontro, nè di quanti
Ne facessero i Greci: e se ’l fato era
Ch’io dovessi cader, caduto fòra:
Tal ne feci opra. Ne spiccammo alfine
Da quel mortale assalto. Ifito e Pelia
710Ne venner meco: Ifito afflitto e grave
Già d’anni; e Pelia indebolito e tardo
D’un colpo che di mano ebbe d’Ulisse.
Quinci divelti, al gran palagio andammo
Da le grida chiamati. Ivi era un fremito,
715Un tumulto, un combatter così fiero,
Come guerra non fosse in altro loco,
E quivi sol si combattesse, e quivi
Ognun morisse, e nessun altro altrove:
Tal v’era Marte indomito, e de’ Greci