Pagina:Eneide (Caro).djvu/127

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86 l’eneide [870-894]

     870Qui, perchè si vedesse a morte esposto,
Prïamo non di sè punto obliossi,
Nè la voce frenò, nè frenò l’ira:
Anzi esclamando, O scelerato, disse,
O temerario! Abbiati in odio il cielo,
875Se nel cielo è pietate; o se i celesti
Han di ciò cura, di lassù ti caggia
La vendetta che merta opra sì ria.
Empio, ch’anzi a’ miei numi, anzi al cospetto
Mio proprio fai governo e scempio tale
880D’un tal mio figlio, e di sì fera vista
Le mie luci contamini e funesti.
Cotal meco non fu, benchè nimico,
Achille, a cui tu mènti esser figliolo,
Quando, a lui ricorrendo, umanamente
885M’accolse, e riverì le mie preghiere;
Gradì la fede mia; d’Ettor mio figlio
Mi rendè e ’l corpo essangue, e me securo
Nel mio regno ripose. In questa, acceso
Il debil vecchio alzò l’asta, e lanciolla
890Sì, che senza colpir languida e stanca
Ferì lo scudo, e lo percosse a pena,
Che dal sonante acciaro incontinente
Risospinta e sbattuta a terra cadde.
A cui Pirro soggiunse: Or va’ tu dunque


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