Pagina:Eneide (Caro).djvu/133

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92 l'eneide [1020-1044]

1020Stanno i robusti agricoltori intorno
Per atterrarlo, e gli dan colpi a gara,
Da cui vinto, e dal peso, a poco a poco
Crollando e balenando, il capo inchina,
E stride e geme e dal suo giogo al fine
1025E con parte del giogo si diveglie,
O si scoscende; e ciò che intoppa urtando,
Di suono e di ruina empie le valli.
Allor discesi; e la materna scorta
Seguendo, da’ nemici e da le fiamme
1030Mi rendei salvo: chè dovunque il passo
Volgea, cessava il foco, e fuggian l’armi.
     Poi ch’io fui giunto a la magione antica
Del padre mio, di lui prima mi calse
E del suo scampo, e per condurlo a’ monti
1035M’apparecchiava, quand’ei disse: O figlio,
Io decrepito, io misero, che avanzi
Ai dì de la mia patria? Io posso, io deggio
Sopravvivere a Troia? E fia ch’io soffra
Sì vile esiglio? Voi, che ne’ vostri anni
1040Siete di sangue e di vigore intieri,
Voi vi salvate. A me, s’io pur devea
Restare in vita, avrebbe il ciel serbato
Questo mio nido. Assai, figlio, e pur troppo
Son vissuto fin qui; poi ch’altra volta


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