Pagina:Eneide (Caro).djvu/197

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156 l’eneide. [145-169]

145Con ogni affetto è verso Enea tuo figlio
La mia Dido rivolta. Or lui si prenda;
E noi concordemente in pace abbiamo
Ambedue questo popolo in tutela;
Nè ti sdegnar che sì nobil regina
150Serva a frigio marito, e ch’ei le genti
N’aggia di Tiro e di Cartago in dote.
     Venere, che ben vide ove mirava
Il colpo di Giunone; e che l’occulto
Suo bersaglio era sol con questo avviso
155Distor d’Italia il destinato impero
E trasportarlo in Libia, incontro a lei
Così scaltra rispose: E chi sì folle
Sarebbe mai ch’un tal fésse rifiuto
Di quel ch’ei più desîa, per teco averne,
160Teco che tanto puoi, gara e tenzone,
Quando ciò che tu di’ possibil fosse?
Ma non so che si possa, nè che ’l fato,
Nè che Giove il permetta, che due genti
Diverse, come son Tiri e Troiani,
165Una sola divenga. Tu consorte
Gli sei; tu nèl dimanda, e tu l’impetra,
Ch’io, per me, me n’appago. Ed io, soggiunse
Giuno, sopra di me, l’incarco assumo,
Ch’ei nèl consenta. Or odi brevemente


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