Pagina:Eneide (Caro).djvu/206

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[370-394] libro iv 165

370Indi prende la verga, ond’ha possanza
Fin ne l’inferno, onde richiama in vita
L’anime spente, onde le vive adduce
Ne l’imo abisso, e dà sonno e vigilia
E vita e morte; aduna e sparge i venti,
375E trapassa le nubi. Era volando
Giunto là ’ve d’Atlante il capo e ’l fianco
Scorgea, de le cui spalle il cielo è soma;
D’Atlante, la cui testa irta di pini,
Di nubi involta, a piogge, a venti, a nembi
380È sempre esposta; il cui mento, il cui dorso,
E per nevi e per giel canuto e gobbo,
È da fiumi rigato. In questo monte,
Che fu padre di Maia, avo di lui,
Primamente fermossi. Indi calando
385Si gittò sovra l’onde, e lungo al lito
Di Libia se n’andò, l’aure secando
In quella guisa che marino augello
D’un’alta ripa, a nuova pesca inteso,
Terra terra sèn va tra rive e scogli
390Umilmente volando. A pena giunto
Era in Cartago, che davanti Enea
Si vide, intento a dar siti e disegni
Ai superbi edifici. Avea dal manco
Lato una storta, di dïaspro e d’oro

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