Pagina:Eneide (Caro).djvu/207

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166 l'eneide [395-419]

395Guarnita, e di stellate gemme adoma.
Dal tergo gli pendea di tiria ardente
Porpora un ricco manto, arnesi e doni
De la sua Dido: ch’ella stessa intesta
Avea la tela, e ricamati i fregi.
400Nè ’l vide pria, che gli fu sopra, e disse:
     Tu te ne stai sì neghittosamente,
Enea, servo d’amor, ligio di donna,
A fondar l’altrui regno; e ’l tuo non curi?
A te mi manda il regnator celeste,
405Ch’io ti dica in sua vece: Che pensiero,
Che studio è il tuo? con che speranza indugi
In queste parti? Se ’l tuo proprio onore,
Se la propria grandezza non ti spinge:
Chè non miri a’ tuoi posteri, al destino,
410A la speranza del tuo figlio Iulo,
A cui si deve il glorïoso impero
De l’Italia e di Roma? E più non disse,
Nè più risposta attese; anzi dicendo,
Uscio d’umana forma, e dileguossi.
     415Stupì, si raggricciò, tremante e fioco
Divenne il troian duce, il gran precetto,
E chi ’l portava, e chi ’l mandava udendo.
Già pensa di ritrarsi. Ma che modo
Terrà con Dido ad impetrar comiato?

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