Pagina:Eneide (Caro).djvu/227

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
186 l’eneide. [895-919]

895Lasciaro il lito; e ’l mar, dai legni ascoso,
Si fe per tanti remi e tante vele
Spumoso e bianco. Era vermiglio e rancio
Fatto già de la notte il bruno ammanto,
Lasciando di Titón l’Aurora il letto,
900Quando d’un’alta loggia la regina
Tutto scoprendo, poi ch’a piene vele
Vide le frigie navi irne a dilungo,
E vòti i liti, e senza ciurma il porto;
Contra sè fatta ingiurïosa e fera,
905Il delicato petto e l’auree chiome
Si percuotè, si lacerò più volte:
E ’ncontra al ciel rivolta: Ah, Giove, disse,
Dunque pur se n’andrà? Dunque son io
Fatta d’un forestier ludibrio e scherno
910Nel regno mio? Nè fia chi prenda l’armi?
Nè chi lui segua nè i suoi legni incenda?
Via tosto a le lor navi, a l’armi, al foco,
Mano a le vele, a’ remi, oltre, nel mare.
Che parlo? O dove sono? E che furore
915È il tuo, Dido infelice? Iniquo fato,
Misera, ti persegue. Allor fu d’uopo
Ciò che tu di’, quando di te signore
E del tuo regno il festi. Ecco la destra,
Ecco la fede sua. Questi è quel pio


[582-598]