Pagina:Eneide (Caro).djvu/228

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[920-944] libro iv. 187

920Che seco adduce i suoi patrii Penati,
E ’l vecchio padre agli omeri s’impose.
Non potea farlo prendere e sbranarlo,
E gittarlo nel mare? ancider lui
Con tutti i suoi? dilanïare il figlio,
925E darlo in cibo al padre? Oh! perigliosa
Fòra stata l’impresa. E di periglio
La si fosse, e di morte; in ogni guisa
Morir dovendo, a che temere indarno?
Arsi avrei gli steccati, incesi i legni,
930Occiso il padre, il figlio, il seme in tutto
Di questa gente, e me spento con loro.
     Sole, a cui de’ mortali ogn’opra è conta;
Giuno, de le mie cure, e de’ miei falli
Pronuba consapevole e mezzana;
935Ecate, che ne’ trivii orribilmente
Sei di notte invocata; ultrici Furie,
Spiriti inferni, e dii de l’infelice
Dido, ch’a morte è giunta, il mio non degno
Caso riconoscete, e ’nsieme udite
940Queste dolenti mie parole estreme.
Se forza, se destino, e se decreto
È di Giove e del cielo, e fisso e saldo
È pur che questo iniquo in porto arrivi,
E terra acquisti; almen da fiera gente


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