Pagina:Eneide (Caro).djvu/300

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[345-369] libro vi. 259

Al monte appese, che d’Aerio il nome345
Fino allor ebbe, ed or da lui nomato
Miseno è detto, e si dirà mai sempre.
Ciò finito, a finir quel che gl’impose
La profetessa, incontinente mosse.
     Era un’atra spelonca, la cui bocca350
Fin dal baratro aperta, ampia vorago
Facea di rozza e di scheggiosa roccia.
Da negro lago era difesa intorno,
E da selve ricinta annose e folte.
Uscía de la sua bocca a l’aura un fiato,355
Anzi una peste, a cui volar di sopra
Con la vita agli uccelli era interdetto;
Onde da’ Greci poi si disse Averno.
     Qui pria quattro giovenchi Enea condotti
Di negro tergo, la Sibilla in fronte360
Riversò lor di vin le tazze intere;
E da ciascun di mezzo le due corna
Di setole maggiori il ciuffo svelto
Diè per saggio primiero al santo foco,
Ècate ad alta voce in ciò chiamando,365
De l’Erebo e del ciel nume possente.
Parte di lor con le coltella in mano
Le vittime svenando, e parte in vasi
Stava il sangue accogliendo. Egli a la Notte,


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