Pagina:Eneide (Caro).djvu/322

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[895-919] libro vi. 281

Non mai lo scema sì, che ’l pasto eterno895
Ed eterna non sia la pena sua;
Chè fatto a chi lo scempia esca e ricetto,
Del suo proprio martir s’avanza e cresce;
E perchè sempre langua, unqua non more.
De’ Lápiti a che parlo? d’Issïóne900
Di Piritòo, e di quegli altri tutti,
Cui sopra al capo un’atra selce pende,
Che grave e ruinosa ad ora ad ora
Sembra che caggia? Avvi la mensa d’oro
Con prezïosi cibi in regia guisa905
Apparecchiati e proibiti insieme:
Chè la Fame, infernal furia maggiore,
Gli siede accanto; e com’ più ’l gusto incende
Di lui, più dal gustarne indietro il tragge,
E sorge, e la sua face estolle e grida.910
     Quei che son vissi ai lor fratelli amari;
Quei c’han battuti i padri; quei che frode
Hanno ordito a’ clienti; i ricchi avari,
E scarsi a’ suoi, di cui la turba è grande:
Gli occisi in adulterio; i violenti,915
Gl’infidi, i traditori in questo abisso
Han tutti i lor ridotti e le lor pene.
E che pena e che forma e che fortuna
Di ciascun sia, non è d’uopo ch’io dica:

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