Pagina:Eneide (Caro).djvu/323

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
282 l'eneide [920-944]

920Ma chi sassi rivolgono, e chi vòlti
Son da le ruote, ed altri in altra guisa
Son tormentati. In un petron confitto
Vi siede e sederavvi eternamente
Tèseo infelice; e Flegia infelicissimo
925Va tra l’ombre gridando ad alta voce:
Imparate da me voi che mirate
La pena mia: non vïolate il giusto,
Riverite gli Dei. Tra questi tali
È chi vendè la patria; chi la pose
930Al giogo de’ tiranni; chi per prezzo
Fece leggi e disfece; chi da stupro
E' di figlia macchiato, o di sirocchia;
Tutti che brutte ed empie sceleranze
Hanno osato, o commesso; e cento lingue
935E cento bocche, e voci anco di ferro,
Non basterian per divisare i nomi
E le forme de’ vizi e de le pene
Ch’entro vi sono. Poi che la Sibilla
Ebbe ciò detto: Via, soggiunse, attendi
940A l’impreso viaggio, e studia il passo:
Chè già le mura da’ Ciclopi estrutte
Mi veggio avanti, e sotto a quel grand’arco
La sacra porta che ’l tuo dono aspetta.
     Così mossi ambedue, lo spazio tutto,

[613-633]