Pagina:Eneide (Caro).djvu/414

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[570-594] libro viii. 373

570Con gran dolcezza; e nel suo letto d’oro,
Amor spirando, in tal guisa gli disse:
Caro consorte, infinchè i regi argivi
Furo a’ danni di Troia, e che per fato
Cader dovea, nullo da te soccorso
575Volsi, o da l’arte tua; nè ti richiesi
D’armi allor, nè di macchine, nè d’altro
Per iscampo de’ miseri Troiani.
Le man, l’ingegno tuo, le tue fatiche
Oprar non volli indarno, ancor che molto
580Con Prïamo e co’ figli obbligo avessi,
E molto mi premesse il duro affanno
D’Enea mio figlio. Or per imperio espresso
E de’ fati e di Giove egli nel Lazio
E tra’ Rutuli è fermo. A te, mio sposo,
585Ricorro, a te, mio venerando nume;
E, madre, per un figlio arme ti chieggio;
Quel che da te di Nèrëo la figlia,
E di Titon la moglie hanno impetrato.
Mira in quant’uopo io le ti chieggio, e quanti
590E che popoli sono, a mia ruina
E de’ miei, congregati; e qual fan d’armi
A porte chiuse orribile apparecchio.
     Stava a questa richiesta in sè Vulcano
Ritroso anzi che no; quando Ciprigna

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