Pagina:Eneide (Caro).djvu/417

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376 l'eneide. [645-669]

645Il picchiar de l’incudi e de’ martelli
Ch’entro si sente, lo stridor de’ ferri,
Il fremere e ’l bollir de le sue fiamme
E de le sue fornaci, d’Etna in guisa
Intonar s’ode ed anelar si vede.
650Questa è la casa, ove qua giù s’adopra
Volcano, onde da lui Volcania è detta;
E qui per l’armi fabbricar discese
Del grand’Enea. Stavan ne l’antro allora
Stèrope e Bronte e Piracmóne ignudi
655A rinfrescar l’aspre saette a Giove.
Ed una allor n’avean parte polita,
Parte abbozzata, con tre raggi attorti
Di grandinoso nembo, tre di nube
Pregna di pioggia, tre d’acceso foco,
660E tre di vento impetuoso e fiero.
I tuoni v’aggiungevano e i baleni,
E di fiamme e di furia e di spavento
Un cotal misto. Altrove erano intorno
Di Marte al carro, e le veloci ruote
665Accozzavano insieme, ond’egli armato
Le genti e le città scuote e commove.
Lo scudo, la corazza e l’elmo e l’asta
Avean da l’altra parte incominciati
De l’armigera Palla, e di commesso

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