Pagina:Eneide (Caro).djvu/431

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390 l'eneide. [995-1019]

995Di Giove anzi a l’altare un tener tazze
Invece d’armi in mano, un ferir d’ambe
Le parti un porco, e far connubi e pace.
     Nè di qui lunge, erano a quattro a quattro
Giunti a due carri otto destrier feroci,
1000Che, qual Tullo imponea (stato non fossi
Tu sì mendace e traditore, Albano!)
In due parti traean di Mezio il corpo;
E sì com’era tratto, i brani e ’l sangue
Ne mostravan le siepi, i carri e ’l suolo.
1005V’era, oltre a ciò, Porsenna, il tosco rege,
Ch’imperïosamente da l’esiglio
Rivocava i Tarquini, e ’n duro assedio
Ne tenea Roma, che del giogo schiva
S’avventava nel ferro. Avea nel volto
1010Scolpito questo re sdegno e minacce,
E meraviglia, che sol Cocle osasse
Tener il ponte; e Clelia, una donzella,
Varcar il Tebro e scior la patria e lei.
     In cima dello scudo il Campidoglio
1015Era formato e la Tarpeia rupe,
E Manlio che del tempio e de la ròcca
Stava a difesa; e la romulea reggia
Che ’l comignolo avea di stoppia ancora.
Tra’ portici dorati iva d’argento

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