Pagina:Eneide (Caro).djvu/432

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[1020-1044] libro viii. 391

1020L’ali sbattendo e schiamazzando un’oca,
Ch’apria de’ Galli il periglioso agguato:
E i Galli per le macchie e per le balze
De l’erta ripa, da la buia notte
Difesi, quatti quatti erano in cima
1025Già de la ròcca ascesi. Avean le chiome,
Avean le barbe d’oro: aveano i sai
Di lucid’ostri divisati a liste,
E d’òr monili ai bianchi colli avvolti.
Di forti alpini dardi avea ciascuno
1030Da la destra una coppia, e ne’ pavesi
Stavan coi corpi rannicchiati e chiusi.
     Quinci de’ Salii e de’ Luperci ignudi,
E de’ greggi de’ Flàmini scolpito
V’avea le tresche e i cantici e i tripudi,
1035Ed essi tutti o coi lor fiocchi in testa,
O con gli ancili e con le tibie in mano:
Cui le sacre carrette ivano appresso
Coi santi simulacri e con gli arredi,
Che traean per le vie le madri in pompa.
1040E più lunge nel fondo era la bocca
De la tartarea tomba, e del gran Dite
La reggia aperta: ov’anco eran le pene
E i castighi degli empi. E quivi appresso
Stavi tu, scelerato Catilina,

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