Pagina:Eneide (Caro).djvu/479

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438 l'eneide. [1045-1069]

1045Con quella furia che di pioggia un nembo
Vien da l’occaso, allor che d’orïente
Fan sorgendo i Capretti a noi tempesta:
O quando orrido e torbo e d’austri cinto
E ’n grandine converso irato Giove,
1050D’alto precipitando, si devolve
Sopra la terra, e ’l ciel rompendo intuona.
     Pándaro e Bizia d’Alcanòro Ideo,
E d’Iëra salvatica sua moglie
Figli, in Ida acquistati, e d’Ida usciti
1055L’uno a l’altro simìle, ed ambidue
A quegli abeti ed a quei monti uguali
Ond’eran nati, avean dal teucro duce
Una porta in custodia. E confidati
Ne le forze e ne l’armi, a bello studio
1060La lasciarono aperta, ed a’ nemici
Fêr da le mura marzïale invito:
Essi armati di ferro, un da la destra,
L’altro da la sinistra, a due pilastri
Sembianti, anzi a due torri che nel mezzo
1065Tengan la porta, con le teste in alto
E co’ raggi degli elmi i campi intorno
Folgorando, squassavano i cimieri
Fin sovr’a’ merli. In cotal guisa nate
Ne le ripe si veggon di Liquezio,

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