Pagina:Eneide (Caro).djvu/482

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[1120-1144] libro ix. 441

1120E disperge l’arena: onde ne trema
Procida ed Ischia, e il gran Tifèo se n’ange,
Cui sì duro covile ha Giove imposto.
     Qui Marte il suo potere e ’l suo favore
Volse verso i Latini. Animi e forze
1125Aggiunse loro, gl’incitò, gli accese;
E di téma e di fuga e di scompiglio
Diè cagione a’ Troiani. E già ch’a pugna
S’era venuto, e de la pugna il nume
Era con loro; accolti d’ogni parte
1130Si ristringono i Rutuli, e fan testa.
Pándaro, poi che ’l suo fratello estinto
Si vide avanti, e la fortuna avversa,
A la porta con gli omeri appuntossi;
E sì com’era poderoso e grande,
1135Con molta forza la rispinse e chiuse,
Molti esclusi de’ suoi, che per la fretta
Rimaser ne le peste; e molti inclusi
Ch’eran nimici: e non s’avvide il folle,
Che de’ nimici in quella calca ancora
1140Era lo stesso re da lui raccolto
A far de’ suoi, qual tra le greggi imbelli
Ircana tigre immane. Ei non più tosto
Fu dentro, che raggiò dagli occhi un lume
Spaventevole e fiero; e l’armi sue

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