Pagina:Eneide (Caro).djvu/602

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[1370-1396] libro xi. 561

1370Alcun non è che di far testa ardisca
Contra la strage e contra la ruina
Che fanno i Teucri. Se ne van con gli archi
Scarichi in su le terga e spenzoloni;
E più che di galoppo in vèr Laurento
1375Battono il campo, e fan nubi di polve.
Le madri da’ balconi e da’ torrazzi
Percossi i petti, alzano al ciel le grida
Con femineo ululato. E quei che primi
Giunti trovâr le porte ancor non chiuse,
1380Mischiati co’ nemici, ove più salvi
Si credean ne l’entrata e fra le mura
De la stessa lor patria, anzi agli alberghi
Lor propri e da’ nemici e da la morte
Fur sopraggiunti. In cotal guisa in prima
1385Stette la porta agli avversari aperta.
Poi chiusa escluse i suoi, che fuori in preda
Restando de’ nemici, ai lor più cari,
Che morir gli vedean, perchè s’aprisse
Supplicavano indarno. E qui tra quelli
1390Che n’erano a difesa, e quei ch’a forza,
Anzi a furia, a ruina incontro a loro
S’avventavan ne l’armi, orrenda strage
Si fece e miseranda. E degli esclusi
Altri in cospetto degli stessi padri,

Caro. — 36. [872-887]