Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/118

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10 di quest’acque umane sol batteggio
e per mondarvi a penitenzia lavo:
Esso, ch’egual col Padre in ciel ha ’l seggio,
perdona sol ciascun vostr’atto pravo.
E s’io pur con terror vi favoleggio,
s’io porto in bocca il fele, a lui di favo
le labra stillan, come Salomone
predisse in l’amorosa sua canzone.
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11 suo battesmo fia di fuoco santo,
ch’egual fiammeggia tra ’l Figliuolo e ’l Padre;
quelle minacce, quel terror, quel pianto,
ch’apporto in queste selve orrende ed adre,
costui tramuta in pace, amor e canto,
con dolci modi e grazie in sé leggiadre.
Spirto, di tèma dunque ornai ti leva,
poi ch’amor vien, che ’n vita ne riceva! —
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Cosi parlò Giovanni, ed al vicino
celeste aspetto scese da la rupe;
e giunto a lui con riverente chino,
la turba di lontan mirando stupe.
Ride la terra e da lo stil ferino
cadon le tigri ed affamate lupe;
Fonde per mirar lui non piú oltra vanno,
s’addossan tutte e stupefatte stanno;
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quelle piú di lontan fanno querela,
ch’anch’esse travenir vorrian al grande
mar de le grazie, ove sicur la vela
buon nocchier sempre a la dolce aura spande.
Corre quivi Natura né si cela
che l’opre sue sublimi ed ammirande
tanto minori a quel bel corpo sono
quant’è minore il mal dal sommo bono.