Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/125

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L’infernal bestia, allora che ’1 primiero
colpo di tre si vide andar fallito,
presto al secondo rivocò ’l pensiero,
nel qual piú spera, ché piu v’è perito.
Toglielsi fra le braccia (tale impero
Dio dá sovente a l’ombre ^el Cocito)
e fin sotto le nebbie solevollo
si come augel rapace fa d’un pollo.
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Quel puro, schietto e candido armelino
d’un lordo ciacco il puzzo non aborre,
portar si lascia nel velluto fino
e molto spazio fra le nebbie scorre,
tanto che del bel tempio marmorino
vengon poggiarsi al sommo de la torre,
ove ’l demòn l’attenta se giú d’alto
spiccar volea non so eh’ inutil salto.
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— Se pur tal sei qual dissi e credol io,
che de l’inferno vieni aprir la porta,
di questa altezza per consiglio mio
col capo inanti scenderai. Ch’importa?
Di te fu profetato giá che Dio
gli angeli suoi ti die’ per fida scorta,
che ’n le man lor ti porteranno a basso
acciò che ’l piede non offendi al sasso. —
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Cotai parole, tutto versipelle,
movea d’ogni maliccia l’inventore:
credette forse che de l’alte stelle
e d’ogni senso il gran conoscitore
non penetrasse a l’uscio donde quelle
non sue parole uscian di gran valore,
il qual, da le Scritture giá ferito,
di quelle s’arma e torna in campo ardito.