Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/134

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


108
Di que’ mistieri e sacrosanti oracli
si disputava, e del futur Messia;
qua Cristo dopo molti suoi miracli
con Pietro e suoi fratelli divertia;
nei templi, ne le scole, nei cenacli,
e dove molta gente usar solia
quel provido maestro spesso viene,
aprendo a lor del fonte suo le vene.
109
A l’apparir, che fece entrando, a quelli,
tacquero tutti e ’n piede si leváro:
quegli occhi, quella fronte, que’ capelli
subito il senso loro abbarbagliáro !
Non gesti mai, non modi mai si belli,
non vider volto mai si onesto e raro:
però da non so qual cagione astretti
son d’onorario e grandi e parvoletti.
HO
Qui senz’indugio in mezzo a tutti loro
gli fu promosso il piú levato seggio;
e, fattogli dintorno un consistoro,
ei cominciò: — Con util vostro i’ deggio,
miei frati, a voi scoprire un bel lavoro,
dove col meglio il bene, il mal col peggio
veder potrá l’uom giusto, e darsi a l’uno,
de l’altro star, quanto mai può, digiuno.
111
Ma inanzi a la dottrina error sarebbe
celarvi la persona del dottore.
Né Abramo né Moisé né David ebbe
grazia di veder mai quel Salvatore,
promesso tante volte, il qual sciorebbe
i popol tutti, non ch’un sol, d’errore,
come puotete or voi vederlo, e appresso
viver nel grembo al Padre suo con esso.