Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/180

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36
Pur non volendo, ancor io potestade
di dar fra lebra e lebra il mio giudiccio
non ti dicchiaro aver la sanitade,
ché ciò de’ sacerdoti è sol ufficcio.
Ad uno d’essi, cui l’impaccio cade,
va palesarti presto e farne indiccio:
dillo a lui solo, al volgo il tacerai,
ch’essendo sano, sano apparirai. —
37
Quivi lasciollo; e, giunto a piè del monte,
ecco la turba intorno si gli addossa.
Son la piú parte quai disfatte impronte
per varie infirmitá, son statue d’ossa;
ma tutti rende a la primiera fronte,
pur ch’abbian fede. Ed ecco in su la fossa
lungo a Cafarnao un capitan di Roma
chino lo adora e per signore il noma.
38
— Signor — diceva, — un servitor mio caro
paralitico giace ’n casa mia;
non gli son d’èsca e medicine avaro,
acciò che san renduto alfin mi sia;
ma ciò riesce invano, ché ’l riparo
sol è da voi, ch’avete l’arte e via
di risanar ogni diffetto e duolo:
e questo avien che siete a Dio figliuolo. —
39
Iesú, che ’l tenor sente non di bocca,
ma di cor nascer d’uomo a l’arme usato,
in cui la fé si abonda che trabocca,
e l’ ha di Dio figliuol giá confessato,
fermossi a lui ché ’l cor pietá gli tocca.
— I’ vengo — disse — e fie per me sanato! —
Ma quando egli senti parlar: — I’ vegno! —
gridò: — Ch’entrate a me? non son io degno!