Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/197

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cosi quel morto damigel pian piano
s’erge a seder su la funèbre bara;
mostra che non pur vivo, ma che sano
era del mal dond’ebbe morte amara.
Passa Iesú, da cui l’enfiato e vano
fumo di lode a ben sprezzar s’impara:
lasciò la turba e sul Taborre ascese
ove tutta la notte orando ispese.
105
Il suscitato giovene, che franca
sentesi la persona in ogni parte,
dubita se da lei che i visi imbianca
fu sciolto o per miraeoi o per arte.
Non mago, non astrologo vi manca,
che saper vuole, qual con Giove o Marte
fu l’ascendente ed altri effetti molti,
c’han loro il capo scemo e i sensi tolti.
106
Il fisico, ch’avea l’assunto in prima
di risanar l’infermo e non puoteo,
vuol che Chiron di Pelio giú da cima
venuto sia ne l’orizzonte ebreo:
il van poeta scioccamente estima
col suon ir suscitando i morti Orfeo;
ed affacciato al vivo che fu morto,
gli addomandò gran cose in tempo corto.
107
Ma che direte, o signor miei, s’ io volgo
dal suo candor la musa del Vangelo?
Cotesto faccio per dar anco al volgo
non so qual cibo sotto istrano velo,
ed, a ben far per adescarlo, involgo
nel mèl l’assenzio, e quanto so gliel celo,
ch’avendo a dir d’un non corporeo effetto,
forz’è stampar un corpo a l’intelletto.