Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/200

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Non ti domando del piú basso chiostro
ch’ivi non cadon mai se non tiranni:
spento carbon non è si negro e inchiostro,
com’han lor visi affumicati e panni.
Quell’odioso e puzzolente mostro
d’ambizion qui, d’ Icaro sui vanni,
sopr’essi vola e tal puzzo gli fonde,
che meno assai son le latrine immonde. —
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Cosi d’ insogni fuor sputava un seno
colui ch’affrena il pegaseo cavallo.
Un altro, che di lui pazz’era meno
(dubbio s’èdi Zenone oppur vasallo
del d’ogn’error si dottamente pieno),
ornai col contradire entrava in ballo:
se non che da quel lauro non l’attese,
né ridursi con lui volse a le prese.
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Ma veggo che ’l parlar di loro aggrava
quella sinceritá che ’I falso aborre.
Ritorno al mio Signor ch’orando stava,
tra Pietro ed altri duoi, sul gran Taborre.
Con tutto il resto il popol s’appiattava
presso il torrente Ciso, che discorre
fra il detto monte ed Endor lungo a Sina,
cui non lontano Gelboè confina.
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Or Giacomo, Simone e ’l buon Giovanni,
ch’eran degli altri forse i piú capaci,
stavan col suo Maestro e star miU’anni
avrian voluto in quei piacer vivaci;
perciò che vider la sua faccia e’ panni,
questa qual sole sparger mille faci,
quelli risplender di bianchezza quale
fiocca la neve al fiato boreale.