Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/205

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come se le dicesse aperto e chiaro
quel ch’ella, di sé conscia, intese occulto:
— Non fan per me le frode d’un avaro,
qual tu ti celi, e non puoi star sepulto !
Ecco, la tua ingordigia del danaro
venirmi a dir menzogne t’ha consulto;
si che rimanti pur, ch’io non ho tetto,
dov’abbiano le volpi e augei ricetto.
9
Ch’ove di volpi son l’astuccie ladre,
inconstanzia d’augelli e leggerezza,
non ho capo a chinar, perché mio Padre
vietami aver con lor domestichezza.
Hanno lor grati nidi, hanno lor adre
spilonche grate, ma per me si sprezza;
e meno è per entrare in nostra barca
chi pria di questo mondo non si scarca. —
10
Ladro non stette mai gelato e smorto,
cui come foglia tremano le piante
quando sul furto vien compreso e scorto,
né sa dove s’appiatti in quell’istante,
come quel finto scriba tutto assorto
rimase in gran travaglio e nel sembiante
non insensato men, non men immoto,
che statua ritta per trionfo o voto.
11
Non cosi tosto domandato gli ebbe
costui d’andar con seco, e non l’ottenne,
eh’ un altro, al quale il dover gire increbbe,
vols’ir altrove e Cristo seco il tenne.
Né di’ però che cosi far non debbe
la gran Bontá, che tutti a chiamar venne
sol per tutti salvar, coni’ siamo instrutti,
ma non volemo noi salvarse tutti !