Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/206

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12
Or dunque un giovenetto in quello istante,
ch’essergli morto il padre avea novelle,
trasse piangendo al suo Maestro innante,
ma non, come lo scriba, versipelle:
— Signor — disse — lasciatemi ch’io, avante
questo passaggio e le notturne stelle,
sepelir vada il padre mio, ch’or ora
m’è detto esser di vita uscito fuora! —
13
Rasserenossi quella faccia santa,
che mai non rise in luoco d’un sorriso,
perché ’l discepol senza fraude ammanta
di Azione inusitata il viso.
Non era la pietá del padre tanta,
che mai s’avesse da Iesú diviso;
ma d’essergli successo erede il vinse,
a tal ch’una tal scusa si dipinse.
14
Dove occorrendo il capitano accorto,
che l’aversario mondo non gli fure
qual sia picciol soldato e l’abbia torto
da sé ribelle, gli risponde: — Hai cure,
hai tu pensieri ch’ai tuo padre morto
sian per mancare avelli o sepolture?
Lascia gli morti sotterrar fra loro:
vien presso me, ch’io vivo e mai non moro!
15
Io vivo, e chi mi segue viver faccio;
non moro, e i miei seguaci non morranno.
Ch’altro ti lascia il padre tuo che impaccio,
se fatto erede sei? qual peggior danno
ti può venir eh’ avolgerti nel laccio,
che teso le tue brame istesse t’hanno?
Manchi al vivace ben per lo caduco?
Preponi il mondo al ciel, dove t’induco? —