Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/213

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Porgon la vista in giu, nel lago ch’ivi
veder potean lor bestie d’alto luoco;
ma spente son, gli spirti fuggon vivi:
questi de Tacque cibo, e quei del fuoco.
Allor, de Putii proprio come privi,
alzáro a suon di mani un grido roco,
a la cita correndo di Gadara,
via men di sé che di suoi porci avara.
41
Però ch’ai nunzio d’un si pieciol danno
non s’avisár d’un altro assai piggiore,
ch’avea lor tolto l’uom che trovar vanno,
e giá gli sono incontro usciti fuore.
Iesu con quelli duoi, ch’agnelli stanno
e furon dianzi tori al gran furore,
vede calar dal poggio in molta fretta
di cieca scortesia tutta la setta.
42
Sono villani d’avariccia lordi,
né men de’ porci lor nel fango vaghi.
Giunti davanti a lui come concordi,
si ’l pregano, per Dio, che non s’appaghi
schiuder con danno lor le orecchie a’ sordi,
dar gli occhi a’ ciechi e racquetare i laghi ;
ch’assai la virtú sua da sé vien chiara,
senza che passi a impoverir Gadara.
43
Oh veramente rozzi, oh mentitori
d’uman legnaggio e di ben proprio schivi!
Han l’Autor seco d’alti e gran tesori,
ch’ad un sol cenno può far loro i rivi
d’òr liquefatto, e vive perle i fiori
(se pur son tanto al zelo avar proclivi);
e nondimeno è si ciascun del fedo
suo porco gramo, che gli dan congedo.