Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/22

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l6 LA UMANITÀ DEL FIGLIUOLO DI DIO
28
Cosi far suole il candido armelino
d’ogni animai piú vago di nettezza,
che del suo nido uscendo in sul mattino
si mira intorno aver di loto fezza:
per non bruttarsi torna il parvolino,
ma il duro cacciator gli ha con prestezza
tolto la porta ed ei, ch’assai piú aborre
il fango che la morte, a morte corre.
29
Con grave passo e signoril sembiante
Aron e Mòse ragionando vanno,
e Fineès con loro, le cui sante
man di giustizia eterno grido danno,
e losué ch’ardito e d’adamante
mai sempre fu nel bellicoso affanno.
Mill ’altri appresso vengon chiusi e stretti:
gioveni, vecchi, madri e parvoletti.
30
Viene Samuel con l’onorata madre,
che averlo solo d’orazione e pianto
concetto ancor si crede, non di padre,
che diesse a Tonto re corona e manto.
Non vi è Saúl che cadde in tante squadre,
da quel ch’esso odiava amato e pianto;
ed Adonia meno vi appare e quello
che ’l mal consiglio amò d’ Architofello.
31
Mal ubbedito ed onorato peggio
fu da sua prole il buon figliol di lesse.
Non meglio in Salomon che ’n gli altri veggio,
che pien di tante grazie a lui successe;
anzi, di quelle ingrato, il nobil seggio
bruttò di cose infami e non concesse,
come ’ntraviene ad uom che, poi le rade
divine grazie, in atto lordo cade.