Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/226

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Buon è ’l digiun, chi ’l nega? buoni i prieghi
ch’ai Padre mio si fanno; e nondimeno,
bench ’altri non digiuni e ’n tempio preghi,
non spinto fia d’Abrám però del seno,
purché da’ miei precetti non si pieghi;
rallento ad essi del digiuno il freno,
mentre lo sposo han seco, il qual son io
che dono il cielo a chi vuol esser mio.
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Ei solo è mio chi al mio voler s’aggiunge,
e tutto è ’l mio voler quel di mio Padre;
l’alma che da lo sposo non va lunge
ha legge per madrigna e fé per madre.
Non sprezza legge, no, né si le sgiunge
chi a lei prepon l’accorte e le leggiadre
bellezze d’essa fede, la qual sola
per voi del ciel la chiave al Padre invola.
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Sol è costei madonna, e l’opre ancille
che sempre a lei son preste e fanle onore.
Non essa senza Ior per le tranquille
contrade va d’un puro e netto core;
ma s’una sola di lor mille e mille
le ribellasse, l’infelice muore:
muor fede per l’error d’un’opra ria,
ch’ogni giusticcia, per un fai, s’oblia.
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Mentre son io con questi miei, qual multa
di legge con ragion colpevol falli?
Ella sen giace allor come sepulta.
Ov’è chi sol punisce i vostri falli,
temeritá saria di legge multa
voler giudicar l’uomo ch’erri e falli,
quando l’autor di lei vi sta presente,
ché legge ove sia ’l Re vai poco e niente.