Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/256

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


92
Daremosi di te poi vanto tale,
che degno a re, non ch’a maestro sia:
sol qualche segno ti cerchiamo, quale
fu quel di Samuel, fu quel d’Elia;
quando l’un contra il corso naturale,
d’inusitate piogge il ciel tenia;
l’altro ch’alzò di terra in lungo solco
di chiare fiamme il carro col bifolco. —
93
lesti, che l’ostinata lor maliccia
vedca (né s’avvedean d’esser veduti),
rispose: — O pieni cuor d’ogni sporciccia,
malvagi, e nel durato error perduti!
Voglion segno dal ciel non per giusticcia,
non per bontate no, ma con arguti
suoi lacci van cercando ch’estimate
sien l’opre mie non mie, ma d’impietate!
94
Hanno per cosa orribil e fuor d’uso
esser tre giorni e tante notti giti,
che nel gran pesce Giona ste’ rinchiuso,
fuggendo il predicare a’ niniviti!
Però dar altro segno a lor ricuso
fuor ch’un simil a questo, quando, inviti,
vedranno il Figlio d’uomo, tre di privo
di vita, uscire dal sepolcro vivo.
95
Costor da’ niniviti mertamente
fien nel giudiccio universal dannati,
però che son d’ingegno renitente
al viver giusto ed a chi gli ama ingrati.
Ad una strania, incirconcisa gente
predicò Giona e gli ebbe a Dio voltati :
costor, c’ hanno uno assai maggior di Giona,
l’odiano se ’n profitto lor ragiona!