Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/266

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28
lo son Colui che solo ha Tesser pieno:
voi, miseri, caduci, polve ed ombra! —
Trema la terra a quello «Io son», non meno
che quando il vento sotterrán l’ingombra:
cade sosopra ognun, ché ’n un baleno
gran nebbia gl’intelletti loro adombra;
e Giuda ancor, eh’ è lunge un tirar d’arco,
cascò di miserabil téma carco.
29
Dico ch’a quel chiamar di morir franco:
«Io son», tutti n’andáro in un volume:
chi la faccia, chi gli omeri, chi ’l fianco
percuote a terra senza mente e lume;
ma poi, venuta in lor la téma a manco,
parlar non volse piú l’eterno Nume.
Quelli si drizan anco, ma storditi,
ma da non so che folgor impediti.
30
La parte allora umana interrogolli
benignamente a che venian armati :
e quei, d’esser qua giunti ornai satolli,
risposer ch’eran da’ giudei mandati
per prendere un Iesú, ma che ’n quei colli
gli aveva un suo discepol mal guidati.
E Cristo disse: — Quel son io per certo!
Ecco ch’a voi mi son di voglia offerto.
31
Ma, se mandati siete per pigliarme,
me, ch’apporto salute e pace in terra,
a che rumor soperchio di tant’arme,
di tanti fuoghi e machine di guerra?
Queste ad un ladro convenir piú parme
che ’n qualche torre per rubar si serra.
Me spesse volte predicar vedeste;
e perché dunque allor non mi prendeste?