Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/37

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88
Verranno i quattro miei seguaci, donde
le costui prove in numer fien cantate:
il Folgo, Sannazzaro e chi le fronde
sfronda del moro a’ suoi bombici date;
Scipio Capeccio del Giordano a Tonde
(poich’ivi avrá le muse a sé chiamate)
canterá del Battista e ’n mezzo a loro
torrá la palma e sprezzerá l’alloro.
89
Io veggo un altro Tullio impor gran luce
ad ogni monte non che ad un Cassino:
parlo del mio Cortese, onde riluce
non meno il greco tuo che ’1 mio latino.
Veggo Valerian che guida e duce
andar potrá per qual si sia divino
o uman sentier, né Lateran ha indegno
d’un si limato e universal ingegno.
90
Veggo Alovigi di tre lingue adorno,
lingue non d’oro no, ma di dottrina
che ’n guisa d’un altier grifalco intorno
e sopra il ciel volando non dechina.
Poi veggo il Seripando far soggiorno
ne l’arte naturai, ne la divina.
Napoli mia gentil, Vinegia vaga,
che di si belle piante il ciel v’appaga!
91
Non ti sovviene, o mastro mio, quell’ora
che Giambattista fe’ si gran discorso
(di Giambattista parlo, il qual è aurora
di questo eterno Apollo innanzi al corso),
quando sott’uno abete a la frese ’óra
orò quattro ore, fattovi concorso
di tutte Palme dotte? Oh che non disse,
che non parlò di quanto Dio prefisse ?