Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/54

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del Figlio figlia e madre intemerata,
che nomerai lesú ch’è «Salvatore».
Ed ecco eh’ Isabetta tua cognata,
per ch’abbia spento il naturai calore,
portasi un figlio in ventre, ornai entrata
nel sesto mese, quando ch’ai valore
celeste sia possibil ogni verbo
contra forza mortale e debil nerbo. —
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Allor la virginetta vereconda
davanti al core i bei pensieri accoglie:
armasi tutta d’umiltá profonda,
spezza l’orgoglio e portasi le spoglie;
move dal cor la voce che circonda
la lingua e d’un fren d’oro la discioglie,
cantando: — Ecco l’ancilla del Signore:
fia in me del sommo Verbo il gran valore
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Non fór queste sopreme parolette
uscite ancor di quella pura bocca,
si senti dentro a le sue benedette
interne vie da dolce fiamma tócca.
Stan piú che mai le porte chiuse e strette
de la sua forte inespugnabil ròcca,
fattovi castellano il Paracleto
che de le Grazie v’introdusse il ceto;
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le quali ebber un sacro e santo ostello
d’ incorrottibil carne fabricato,
ove l’eterno Figlio a noi fratello,
per ubedire al Padre, s’è corcato,
ed ha con esso un’alma in quel castello,
che poi fia degna stargli al destro lato,
cui piegherassi alfine ogni ginocchio,
quando del ciel non girerá piú l’occhio.