Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/55

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


48
Con qual silenzio grata pioggia cade
sul molle dorso di lanosa greggia,
cosi quella soprema Maiestade,
che ’l mondo fa tremar qualor dardeggia
folgori e tuoni a queste rie contrade,
vien cheto cheto e punto non motteggia,
come disse ’l profeta «che ’l Signore
occulto sen verria qual rubatore».
49
Mai l’uman seme non campato fora
de l’intricato e cieco laberinto,
se l’incolpevol Dio, per trarlo fuora,
di nostra pece non si fosse tinto. *
Pur sempre egual al Padre in ciel dimora,
con Lui d’amore e maiestade avinto:
lá move il tutto e sopra tutti regna,
qua sotto porsi tutto a tutti degna.
5 °
Ma dopo alcuni giorni essa Madonna,
che gli angelici detti nel cor have,
come di Zacaria l’antica donna
era d’un figlio di sei mesi grave:
presta si leva in poveretta gonna,
non giá come colei che poi la chiave
del ciel posseder debbia, ma si come
sposa d’un fabro, e d’assai basso nome.
51
Va quanto può ver’ Galilea nascosa
soletta a piedi, over da Lui portata,
che porta in ventre come in stelo rosa,
insin che lieta giunse a la cognata,
che, surta in piede debilmente, annosa,
fu da la santa diva salutata;
del cui saluto mosse tal dolcezza,
che i figli lor dièr segno d’allegrezza.
T. Folengo, Opere italiane - 11.
4