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lungo la francia e l'italia 139


LXVII

LA CENA

Un ferro del piede dinanzi del cavallo delle stanghe schiodavasi a’ primi passi dell’erta del monte Tararo; e il postiglione scavalcò, lo staccò, e se lo serbò nella tasca. E poiché s’aveva a salire per cinque miglia, e questo era appunto il cavallo di cui solo si poteva far capitale, io intendeva che fosse ricalzato di quel suo ferro; ma, avendo il postiglione gittati via tutti i chiodi, poco o nulla poteva allora il martello, di cui era provveduto il mio sterzo: e mi rassegnai a tirare innanzi.

Ma non s’erano superate due miglia dell’erta, quando quel travagliato ronzino, contrastando con uno di que’ passi disastrosi, restò disarmato dell’altro ferro dell’altro piede dinanzi. Non ne volli piú sapere altro, ed uscii dal mio sterzo; e, discernendo a un tratto di trecento passi una casa a mano mancina, volli avviarmivi; ed ebbi di grazia a farmi seguitare dal postiglione. E quanto io piú m’appressava, la prospettiva di quella casa mi veniva riconciliando col mio nuovo infortunio. Consisteva in una cascinetta attorniata da forse sette pertiche a vigna e d’altrettante di campi a biade. Avea prossimo dall’un de’ lati un orto di poco piú d’una pertica, provveduto di quanto mai l’abbondanza può consolare la mensa d’un contadino francese. Prosperava dall’altro lato una selvetta liberale d’ombre al riposo e di legna al focolare.

Il giorno, nell’ora in ch’io giunsi, godeva degli ultimi raggi del sole; onde lasciai che il postiglione provvedesse a’ suoi casi, e a dirittura m’inoltrai nella casa.

E vidi la famiglia d’un uomo attempato con la sua donna, e cinque o sei figliuoli, e generi con le loro spose, e la loro gaia e innocente figliuolanza.

E facevano tutti corona a una minestra di lenti; e un largo pane di fromento stava nel mezzo del desco; e i fiaschi di vino,