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lungo la francia e l'italia 25


XII

LA TABACCHIERA

CALAIS

Quel buon vecchio del frate, mentr’io dubitava di lui, non m’era lontano sei passi; e ci veniva incontro un po’ di traverso fra il sí e il no. Pur giunto a noi, si fermò con indicibile ingenuità, presentandomi aperta la sua tabacchiera di corno, ch’egli avea tra le mani.

— Saggerete un po’ del mio, dissi a lui; e mi trassi di tasca e gli porsi una scatoletta di tartaruga.

— Squisito! — disse il frate.

— Or fatemi il favore — soggiunsi — di gradire il tabacco e la scatola; e, pigliandovi alcuna presa, ricordivi di tanto in tanto che questa fu l’offerta di pace d’un uomo che vi ha una volta trattato ruvidamente, ma non col cuore.

Il povero frate si fe’ di scarlatto. — Mon Dieu! — diss’egli a mani giunte — voi non m’avete trattato ruvidamente mai.

— Non mi pare — aggiungea la signora — non mi pare capace. — E mi feci anch’io rosso; e per quali emozioni, chi sente, e non avrà di molti compagni, lo esplori.

— Perdoni, madama — diss’io, — io l’ho trattato acerbissimamente e non fui provocato.

— No, non può darsi — tornò a dir la signora.

— Dio mio! —sclamò il frate con tal fuoco d’asseveranza, che non pareva a lui proprio: — la colpa era mia e della indiscretezza del mio zelo. —

La gentildonna gli contradisse, ed io con lei; sostenendo ch’egli era impossibile che un animo sí ben composto potesse mai recar noia a veruno.

Io non sapeva che un alterco potesse, com’io pur sentiva allora in me stesso, riescire sí soave e sí piacevole a’ nervi. Si restò taciti senza verun senso di quell’angustia scimunita,