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capitolo viii 133

CAPITOLO VIII

Dove trattasi della pena del gigante Tizio e quello ch'e' significhi.

     Caròn la nave irato addietro mosse
e Palla opposta a lui mosse le piante;
e quasi un miglio credo andato fosse,
     che trovammo giacere un gran gigante
5legato in terra e dietro resupino,
e sopra lui un gran vóltore stante,
     che ’l becco torto avea come un uncino:
il petto gli smembrava il grande uccello
con grave doglia al misero tapino.
     10— Minerva mia— diss’io,— che mostro è quello,
a cui il fegato dal vóltore è roso
tanto, che poco n’è rimaso d’ello?—
     Perché «mostro» il nomai, gli fu noioso,
al mio parer; però la testa grande
15alzò, parlando irato e desdegnoso.
     E disse:— O tu, che qui di me domande,
Tizio son io, a cui ’l fegato pasce
questo avoltore e tutto il giorno prande.
     E poi la notte in petto mi rinasce
20e fassi preda allo bramoso rostro:
queste pene sostengo e queste ambasce.
     Simile a me, che m’hai chiamato «mostro»,
in ciascun uomo è la parte mortale;
e che questo sia vero, io tel dimostro.
     25Come vóltore, il caldo naturale
l’umido radicale in voi divora,
poi rinasce del cibo, ma non tale,