Pagina:Frezzi, Federico – Il quadriregio, 1914 – BEIC 1824857.djvu/19

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capitolo ii 13

     Poscia che i suo’ martíri ebbi saputi,
venni per aiutarla e son discesa
non per grillanda o per fiori perduti.—
     Quando quest’ambasciata io ebbi intesa,
140risponder voleva io:— La mente mia
è piú di lei ch’ella di me accesa;—
     se non che quella naida n’andó via,
ed in poc’ora trascorse il viaggio
insino al loco ond’ella venne pria.
     145Ond’io all’Amor:— Se se’ possente e saggio,
ora il vegg’io e priego, a me perdona,
se del tuo arco dissi mai oltraggio.—
     Tempo era quasi presso in su la nona,
ed io pregava che andassimo ratto,
150colui che a gir ratto ogni altro sprona,
     dicendo:— Quando è l’ora, è il tempo adatto;
se poi s’indugia e perdesi quel punto,
spesse volte l’effetto non vien fatto.—
     Poscia ch’io fui all’altro colle giunto,
155vidi Filena lá dal fiumicello,
di cui l’Amor m’avea il cor trapunto.
     Di fiori adorno avea lo capo bello;
e perché il fiume correa giuso al basso,
però discesi ed appressaime ad ello.
     160Quando per gire a lei io movea il passo
per entro il fiume, udii sonare un corno,
il qual mi tolse allora ogni mio spasso.
     Filena disse:— La dea fa ritorno;
oimè, fuggi via tosto;— e poi levosse
165i fior, de’ quali il capo avea adorno.
     Ed incontra alle ninfe ella si mosse,
le qua’ tornavan liete con le prede;
ed indi anche Cupido me rimosse,
     dicendo a me:— Se Diana ti vede,
170come Acteon, quando da lei fu visto,
trasmutar ti fará da capo a piede.—