Pagina:Galiani, Ferdinando – Della moneta, 1915 – BEIC 1825718.djvu/265

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

capo terzo 258


povertá; e perciò non conviene al principe vietare che i suoi sudditi di quel penoso sudore, che costa l’acquisto del denaro, traggano gl’innocenti piaceri, che sono la sola mercede di esso. Ma, quanto all’impiegare il denaro in fondi stabili fuori dello Stato, essendo materia gravissima, ne disputerò appresso diffusamente.

Che se il denaro esce dallo Stato impoverendolo, pare che allora sia buono e profittevole non farlo uscire; e da cosí fatto timore sono stati unicamente mossi i consiglieri del divieto dell’estrazione, facendo vieppiú conoscere essere sempre la superficiale e distratta considerazione la madre de’ gravi errori e delle opinioni che piú alla moltitudine son grate. Innanzi di proibir l’estrazione, era cosa prudente il riguardare s’essa fosse cagione o effetto dell’impoverire, e, secondo che discoprivasi o l’uno o l’altro, conveniva regolarsi diversamente. Il denaro mandato via può essere cagione di povertá, quando è donato prodigamente; ma, quando egli è cambiato con mercanzie, è conseguenza di qualche calamitá. Quando un luogo non è afflitto da disavventure, egli ha sempre del sovrabbondante da estrarre. Dalla vendita di esso nascono i crediti e le offerte delle lettere di cambio, colle quali si comprano le merci straniere senza aver bisogno del contante. Le calamitá altro non sono che la mancanza delle proprie ricolte. Ora, essendo ordine della natura che vi sieno perpetue vicissitudini di fertilitá e di scarsezza e che con l’una si dia riparo all’altra, qual cosa piú giusta che quel ricco metallo, comprato colle superflue merci nostre, sia rivenduto, quando mancano puranche le necessarie? Quando dalla provvidenza sará restituita l’abbondanza, senza dubbio il primo a rientrar nel paese sará il metallo. E certamente, siccome le conseguenze de’ morbi per lo piú sono movimenti, che la natura, secondo le sue forze l’aiutano, fa per sanarsi; cosí l’uscir del denaro è una medicina almeno presentanea delle sventure. Se manca a noi il grano delle terre nostre, estrarre il denaro a comperar l’altrui è rimedio della fame; ed o s’ha da far comestibile l’oro, o s’ha da fare uscire. Quando nelle disgrazie degli Stati si salva la vita agli abitatori, si può