Pagina:Galiani, Ferdinando – Della moneta, 1915 – BEIC 1825718.djvu/67

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capo quarto 61


è sempre un vero e fedele equivalente lá dove non è errore o malizia.

Spiegato ogni uso della moneta, passo a discorrere della natura de’ metalli, e principalmente dell’oro e dell’argento. Sono i metalli i corpi piú gravi della natura, i quali col fuoco si liquefanno, col freddo si rappigliano e s’indurano, e con istrumenti meccanici prendono quella forma che uno vuole. Il loro peso non ha che fare coll’utilitá loro all’uso di moneta, ma solo il loro esser fusili e malleabili. Ma forse non rincrescerá il sapere che la proporzione tra ’l peso dell’oro e dell’argento è come 19.636 a 11.087, quando l’argento sia purissimo1. Secondo questa istessa divisione di parti, il piombo ne pesa 11.345, l’argento vivo 14.019, l’acqua comune 1000. Inoltre un pollice cubico d’oro del piede parigino pesa once 12, grossi 2, grani 37, misura di Francia; d’argento, pesa once 6, grossi 5, grani 38; ma questo è d’un argento alquanto men travagliato al fuoco, e perciò piú leggiero. Questo è del peso. Ora replico di nuovo che questo pregio non contribuisce punto al valor de’ metalli, siccome al piombo, che pure è piú pesante dell’argento, niente giova. Lo stesso è di molti pregi dell’oro e dell’argento, de’ quali è errore il credere che ad accrescerne la stima abbian conferito, quantunque Plinio e, dopo lui, tutti gli altri come molto importanti gli hanno enumerati: perché quello, che non varia o l’utilitá o la raritá, non varia mai il valore. E sapientemente dice Giovanni Locke: che talora una qualitá di molta utilitá alla vita, che qualche cosa abbia, se non ne accresce il consumo, non ne accresce il prezzo. Cosí, se si scuoprisse che col grano si potesse lavorare una medicina sicuramente efficace contro il mal della pietra, si aumenterebbero i pregi del grano, ma non il prezzo di lui. Se le pannocchie del formentone avessero il piú vago color porporino che si potesse vedere, sarebbero piú belle; ma, se non se ne facesse nuovo uso, non sarebbero piú care. E, perché si conosca quanto sia vero questo che io dico,

  1. Secondo che nelle Transazioni filosofiche, n. 169, p. 926 e n. 119, p. 694, rapportato.