Pagina:Garzoni - La Piazza Universale - 1593.djvu/116

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76 piazza.

a errar per le piazze, à scorrer per i mercati, à negociar col mondo, à trafficar col secolo, à darsi in preda alla libertà, e dissolutione, che cosa ha da dire il suddito in questo buono essempio che riceve? quãdo il prelato stà tutto il dì à cavallo per mercantar giumenti e bestie, quando muta la Chiesa in una stalla, la sacristia in una dispensa, l'oratorio in una cucina, quando su la piazza diventa pizzigaruolo da fardelle sul mercato diventa polaruolo da paveri, in pescaria diventa un lardaruolo da trippe, e in ogni luogo avvilisce se medesimo, e perde tutta la gravità del monasterio, che cosa dee dire il suddito à vederlo in tal maniera diportarsi? quãdo il prelato in luogo della Bibbia studia solo i Scartafacci, il suo maestro delle sentenze è un giornalaccio male acconcio, il suo Breviario è una vacchetta di mille errori, et di mille viluppi, i suoi canoni sono le partite della Tariffa, le sue prediche sono le liste di fattoria, i suoi Theologi sono un Mamotretto, et un Catholicon, le sue somme sono gli instromenti de i debiti c'hà fatto al monastero, che cosa hà da dire il suddito mirandolo tale, quando altramente esser doverebbe? Quando il prelato non tien regola nelle delitie, non hà modo nella libertà, non hà ordine né piaceri, non hà ritegno nelle cupidità, non hà freno nell'avaritie, non hà rimorso di conscienza in cosa alcuna, che essempio ne può trarre allhora il suddito, che vaglia a riformarlo? quando il prelato s'usurpa quel del monasterio, defrauda quel della religione, rubba quello ch'è commune, s'appropria quello ch'è di tutti, chiama i cavalli suoi, l'entrate sue, le possessioni sue, la casa sua, et non sol col nome ma cő l'effetto fa ogni cosa sua, affitta i campi senza capitolo, vende i frumenti senza participatione d'alcuno fa i livelli di propria auttorità, fabrica secondo il suo capriccio et humore, spende e spande à suo piacere, convita questo, pasteggia quell'altro, remunera grossamente questo adulatore, dona soverchiamente à questo suo amico e domestico, tuole à questo, da à quell'altro, consuma il tutto, dissipa ogni cosa, tripdua, trionfa, guazza, dando in fine l'oglio santo con lagrimevole essito à tutte l'entrate del convento, et di sopravanzo è rustico co i sudditi, importuno ne gli avisi, grave nelle correttioni, fastidioso nelle visite, stomachevole nell'osservanze, scema il vestito, diminuisce il vitto, pone i cadenazzi, e i puntelli à quel picciol neo di libertà, inchiava ogni cosa, rinserra il tutto, e fortifica i miseri quasi in un castel d'Athlante; havendo egli solo ogni patente d'andare et d'uscire, restando essi incathenati à quella essosa servitù, che cosa vuol che dica il suddito, o che operi essendo per queste impietà ridotto in estrema disperatione? Quando il prelato si porta da carnefice nel castigare, da Bireno nel tradire, da Caco nello assassinare, da Marganore nel tirãneggiare il suddito, che cosa si può fare, ò dir di buono in questo punto? Quando il prelato sia ignorante come uno asino, grosso di legname come un bue, insipido come una pecora, matto