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23 ARCHESTRATO 24

        Il citaro, se carne ha bianca e soda,
Voglio che bolli in semplice acqua e sale,
In cui solo sien poste alcune erbucce
Se non è molto grosso, ed alla vista
Par che rosseggi, voglio che l’arrosti,
Ma pungere ne dei da prima il corpo
Con un dritto coltel di fresco aguzzo;
E tutto d’olio e d’abbondante cacio
Ungerlo poi. Gli spenditor vedendo,
Gode tal pesce, che di spesa è ghiotto36.

        In Torone convien del can carcaria
Comprare i voti addomini, che stansi
Di sotto al ventre: questi poi gli arrosti
Di poco sale e di cimino aspersi,
E d’olio glauco in fuori, o dolce amico,
Altro non giungi: quando già son cotti,
Reca una salsa di tritati aromi,
E quei con questa. Che se qualche parte
D’un cavo tegamin dentro l’interno
Cuocer ti piace, non mischiarvi insieme
Acqua nè aceto, ma vi spargi solo
Olio abbastanza con cimino asciutto,
Ed erbette spiranti odor soave.
Poi senza fiamma, e sul carbon li cuoci,
E spesso li rivolta, affin che intanto
Senza che te ne accorgi non si brucino.
Ma tra i mortali non son molti quelli,
A cui noto è tal cibo, ch’è da numi.
Anzi coloro, a cui toccò d’insetto
D’erbe sol roditor la stupid’alma,
Lo ricusan per cibo, e n’han ribrezzo,
Come di fiera, che d’uom carne mangia,
Ma tutto il pesce gran diletto piglia
Carne umana a mangiar dove l’incontra.
Però costor che van così da stolti
Ciarlando, uop’è che solamente all’erbe
Si riducano, e al sofo Diodoro
Correndo temperanti insiem con lui,
Seguan pitagorèa scuola e costume37.

        Esser vuol la torpedine bollita
In olio e vino con erbe odorose,
E un pocolin di grattugiato cacio38.

        In Calcedonia, che al mar presso siede,
Il grosso scaro ben lavato arrosti.
Buono è quel di Bizanzio, ed ha suo dorso
A tondo scudo di grandezza eguale.
Tu questo inter com’è così prepara:
Piglialo, e come l’hai d’olio e di cacio
Tutto coperto, appendilo al fornello
Già fatto caldo, e poi ben ben l’arrosti.

Ma spargilo di sal, cimino trito,
Ed olio glauco, dalla man versando
Fluido sì squisito a goccia a goccia39.

        D’Efeso non lasciar la pingue orata,
Che quegli abitator chiaman jonisco,
Ma scegli quella che nutrisce e alleva
La veneranda Selinunte, e questa
Lava prima ben bene, e poscia intera
Arrosti, e reca a mensa, ancor se grande
In sino a dieci cubiti ella fosse40.

        Di pingue, denso e grosso congro il capo
E tutti gl’intestini aver tu puoi
Nella cara Sicion, ma quello e questi
Tutti sparsi d’erbucce verdeggianti
A lungo bolli dentro l’acqua e ’l sale41.

        Nell’Italia si pesca esimio il congro,
E tanto gli altri pesci nel sapore
Vien tutti a superar, quanto il più grasso
De’ tonni avanza il coracin più vile.41

        Con cacio e silfio in mezzo dell’inverno
Mangia a lesso la razza: i pesci tutti
Figli del mar che mancano di grasso
Voglion tale apparecchio; io già tel dissi,
Ed or tel dico la seconda volta43.

        Pesce è malvagio il mormile di spiaggia,
In alcun tempo non si trova buono44.

        Mileto illustre saporiti nutre
I pesci ad aspra pelle; ma tra questi
Più lo squadro si pregi, o quella razza,
Che largo porta e liscio il dorso. Intanto
Ghiotto sarei del lucerton di mare
Ben dal forno arrostito, il quale forma
De’ figliuoli de’ Joni la delizia45.

        Del glauco voglio che mi compri il capo
In Olinto e Megara, che gustoso
Pigliasi in luoghi pien di guadi e d’alga46.

        Il passer prosso poi, l’aspretta sogliola,
E questa nella state, aver si denno
Là ’ve degna d’onor Calcide siede47.

        Alla sacra d’intorno ed ampia Samo
Molto grosso vedrai pescarsi il tonno,
Ch’orcino alcuni, ed altri chiaman ceto.
Convien di questo a te comprar se a’ numi
Cena imbandissi, e’ ti convien comprarlo
Senza tardar, senza far lite al prezzo.
In Caristo e Bizanzio è poi gustoso;
Molto miglior di questo è quel che nutre