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gendo solo di cagionare disturbo a chi l’assisteva, fu agli estremi.

La prima domenica di quaresima, sul tramonto, il Re, desolato e lacrimoso era lì presso il suo letto e la vide socchiudere gli occhi come assopendosi: in un singhiozzo esclamò: — Clotilde, Clotilde! ricordati di me!

Essa riaperse un istante gli occhi, li abbassò per esprimere un sì, e sorridendo spirò.

Descrivere la desolazione di Carlo Emanuele, sarebbe impossibile! Da ventisei anni essa era tutto per lui, ed ora rimaneva morto lui pure per metà.

Maria Clotilde aveva allora quarantadue anni, cinque mesi e dieci giorni. — Dal suo testamento fu rilevato che se avesse sopravvissuto al marito, si sarebbe fatta monaca nel convento di S. Maria Maddalena dei Pazzi a Firenze; che non voleva onori di funerali, e che non voleva essere imbalsamata. Di più lasciò scritto che la si sotterrasse col suo abito votivo di religiosa, da lei comunemente portato in vita.

Una folla enorme seguì la sua bara dal palazzo reale di Caserta a S. Caterina a Chiaia in Napoli, dove aveva scelto di essere sepolta. Non era il codazzo di una Regina, ma la schiera dei beneficati e degli ammiratori della benefattrice, della santa. Per via non si facevano che le sue lodi, non si ripetevano che le sue ultime parole, e si raccontavano i suoi ultimi istanti con quell’esaltazione, quella commozione tutta propria del popolo napoletano.